Archivi del mese: gennaio 2013

C. Dantzig e il suo concetto di capolavoro.

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Da “chi ha paura di una capolavoro” – La Lettura – Corsera – domenica 27 gennaio 2013.

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La tipografia “sacra” di Enrico Tallone

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Da Sette – Corsera Nell’era digitale l’arte di fare i libri a mano ha un non so che di sacro.


Angelo di carne

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Damien Hirst – Anatomy of an angel


Spèrem

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L’especialista de Barcelona: un passaggio.

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In questo romanzo Busi ha superato ogni mia previsione. È come un fiume che scorre frizzante e curioso, raffinato e semplice, fantasioso, goloso, pulito, intelligente e mille altre cose. Una prosa così ricca e avvincente dalle trovate esiltanti e sorprendenti. Uno stile ricco e seducente. E non l’ho ancora finito eh.


Bimba felice con palloncini

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Violetta.


Il vostro film.

Il prete fa del suo meglio per mettere insieme una funzione che non faccia sbadigliare tutti. Prende a descrivere il quartiere, le strade, i negozi. Poi ci invita a guardare la realtà appena descritta come se fossimo arrampicati sul campanile della chiesa dove siamo e che ci sta congelando gli arti inferiori.

Parla, parla. E’ bravo. L’ha congeniata bene la faccenda. Secondo me lo fa la sera di scrivere le prediche in base agli impegni del giorno dopo. Due funerali, un battesimo, la messa, un matrimonio. Deve essere scandita così la sua agenda. Oppure lo fa quando gli viene l’idea, come uno scrittore che riesce a mettere insieme parole interessanti solo quando gli viene l’ispirazione. Così credo che a questo prete ieri sera sia venuta l’ispirazione. Per un cristiano, dice, la morte non va vista lungo la strada, tra i negozi, i passanti, bensì dal campanile, da lì in su. La vita è una parentesi, un passaggio, finisce sempre, va oltre sempre e bisogna riuscire a guardarla da un campanile perchè da esso si vede il cielo, si vede la vita dopo la morte. Quindi, ha continuato, perchè rattristarsi per un passaggio dalla vita a qualcosa che ci porta in cielo a continuare ma in compagnia dei santi eccetera eccetera? Entrava nei dettagli, rapiva l’attenzione di parenti ed amici infreddoliti e mi era pure simpatico se non fosse stato che poi ha aggiunto una parentesi sulla bontà dei cristiani, su quanti si sono uniti a gesù per diffondere bontà e amore. Sorbole.

E’ in occasioni come queste che negli anni mi sono resa conto di come percepisco io questi accadimenti. Ho la mia ottica, inconsciamente. Non è un fatto razionale e per questo me ne accorgo  a fatica e solo in certe circostanze, appunto.  Non che sia davvero una novità. Come ora guardo la bara al centro, appena davanti al prete che parla, anzi racconta e ancora una volta dicevo mi rendo conto che non c’è più nessun funerale, qui adesso non c’è. Non c’è questa parente, non c’è. E’ quasi come fossi al di qua di un vetro. E’ come ci fosse un muro mentale che me ne separa. Al posto suo rivedo la bara che guardavo incredula diciotto anni fa. Ricordo lo stupore che avevo dentro, la sconfitta, l’immensa solitudine che mi riempiva. Ricordo il quieto risentimento e la consapevolezza che non sarei riuscita a fare più nulla. Non riesco a sentire altro ora, perchè nulla conta. Nulla esiste per me. Non riesce ad esistere. Riesco a comprendere la situazione, i sentimenti che provano gli altri, le figlie ad esempio, ma il mio spocchioso risentimento mi argina in una bolla dove altro non riesce ad entrare. Nemmeno la comprensione, che ho sempre ritenuto enormemente falsa, dato che  possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno è interprete solo di se stesso, parafrasando Hesse.
Perchè nessuno ha vissuto come ho vissuto io.
Perchè nessuno ha dovuto vivere come ho vissuto io.
Perchè nessuno vive come vivo io.

Anche ora quindi, il mio dolore è solo mio al punto da cancellare quello degli altri e da schermarmi dalla realtà. Guardo ciò che mi circonda come se la realtà fosse un film che stanno proiettando e che non mi riguarda perchè è qualcosa che esiste per gli altri, per gli attori.

Il prete continua, gesticola, ci sa fare. Penso che è proprio il suo mestiere questo. E’ riuscito a non fare addormentare nessuno. Forse è riuscito anche a non dare troppo fastidio ai parenti stretti con la sua filosofia che come è risaputo, riempie la bocca di chi sta sempre su una barca diversa dalla tua e, appunto, pontifica.

Il prete è soddisfatto, la chiosa era perfetta. Lascia il posto ad una vecchietta che si trascina una gamba e che sfodera d’un tratto una voce chiara, come da bambina mentre intona il canto che introduce a quella parte di messa dove bisogna ripetere una frase ad ogni passo. La vecchia ha un cappello verde di lana spessa e un  cappotto grigio spelacchiato. Gli occhiali sono grossi fondi di bottigila e i suoi occhi sono come zummati dalle spesse lenti. In sostanza il tira e molla, la botta e risposta, se la cantano tra loro: il prete e la vecchia. La platea non è molto partecipe: non canta quando c’è  da canatare, non si alza mai prontamente quando deve e non è che poi si impegni gran che almeno a ripetere quella frase a pappagallo ogni volta che la vecchia ha finito di leggere.
Del resto qui siamo divisi in due gruppi: i cattolici da cerimonia e mai praticanti e i buddisti che sono qui perchè hanno in qualche modo a che fare con la defunta. Guardo le sue figlie che camminano insime uscendo dalla chiesa e mi domando come riusciranno a riappacificarsi con quella che è stata fino a pochi giorni fa la loro madre.

In occasioni come questa mi appare nitida la bolla, il vetro dietro cui guardo il mondo, il distacco dagli altri che mi circondano e il loro film.