Archivi del mese: marzo 2012

1) L’Ernesto.

Guardai il suo altezzoso portamento. Era di spalle, la valigetta nella mano destra, la caduta perfetta dei calzoni eleganti, le scapre lucide. Aveva cinquantacinque anni, canuto pinguino benestante, sporcaccione, con il vizio del pettegolezzo. Come al solito era entrato e senza salutare nessuno si era diretto nel suo grande studio. La soddisfazione mia era immensa. Darla a bere ad un cameriere al ristorante è una cosa, ma servire uno scherzetto ad un avvocatucolo politicante azzeccagarbugli è cosa diversa. Decisamente, quanto grandemente goduriosa. Diciamo che in quel periodo non vivevo d’altro.

I professionisti di ogni risma, che pellegrinavano alla sua scrivania pomposa da provincialotto ottuso, lo chiamavano l’Ernesto. Noi impiegatucole, Avvocato. La A maiuscola la dovevi far sentire bene, altrimenti chi li vedeva gli straordinari in busta paga?
Era sposato con una matrona grassoccia, tutta centro estetico e abluzioni mattutine nel profumo. Andava e veniva altrettanto altezzosa con la sua faccia da mascherone color testa di moro, anche a dicembre.

L’Ernesto aveva un’idea tutta sua delle impiegate. E non te lo mandava a dire. Ogni mese, al 27, era il momento in cui dava letteralmente fuori di matto. Non si spiegava proprio il motivo per cui dovesse pagarci tanto. Per cosa poi? si domandava ad alta voce. In fin dei conti, non fate altro che confabulare e rispondere al telefono tutto il giorno. Era offensivo. Nessuno gli diceva niente. Pazientavamo. Era così quando sono arrivata, e probabilmente lo sarebbe stato anche in seguito.  Altro discorso invece erano le praticanti giovani e carine che bazzicavano il suo grande studio. Loro si che erano brave, questo diceva. Peccato che il loro lavoro lo facessimo noi, a sua insaputa per giunta. Nessuna di loro stava a sentire i suoi prezioni insegnamenti: arrivavano da noi con la cartellina rossa, perchè ogni causa aveva una cartellina rigorosamente rossa, la consegnavano a noi e buonanotte. A nessuna di noi andava di fare il lavoro di quelle sbruffoncelle, ma nemmeno ci sfiorava l’idea di rinunciare a fare fesso l’Ernesto.

Quello che pensai il primo giorno di lavoro, davanti a quell’andazzo, era che lo trovavo una via di mezzo tra il teatro dell’assurdo e un film dell’orrore. Mio padre non la vedeva così. La sera stessa del primo giorno di lavoro gli raccontai del delizioso ambiente e del fatto che non intendevo tornarci più. Lui però sentenziò: mai rifiutare un lavoro dal quale si avranno insegnamenti di vita così improtanti. E magari la soddisfazione di metterlo nel sacco un tipo così. Aveva aggiunto: io fossi in te lo troverei divertente e istruttivo.

Aveva ragione.

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Leggerezza

Scaccio le avversità come si fa con le mosche…


Il tempo invecchia in fretta…

Il tempo invecchia in fretta…

 


Azzurro

E’ arrivato l’azzurro,
come una spugna
lava via le ricusazioni dell’inverno,
me lo respiro,
ingoiandolo,
per la gioia semplice
della sua limpida esuberanza
senza memoria,
che mi fa camminare a naso al cielo.

(CV)


Per uno scappellotto!

I bambini vengono sempre in secondo piano.
Si desume chiaramente dall’atteggiamento di molte “personalità” che, invece di mostrarsi indignati e severi per episodi di violenza, tendono a minimizzare, a difendere un’intera categoria.

Sono molto ormai i casi di violenza su bambini smascherati negli ultimi tempi e che avvengono all’asilo, a scuola, in ambienti che dovrebbero essere sicuri e protetti.

Il livello generale è terribilmente triste. L’ultimo caso accertato da telecamere che mostrano i maltrattamenti, coinvolge senza lasciare dubbi, una maestra di 54 anni, a Capo di monte in Valcamonica. Qui qualcuno si dice sorpreso e costernato, altri si affrettano a minimizzare che gli schiaffoni qualche volta scappano, altri ancora sventolano la loro solidarietà con la maestra.

Nessuno ha speso una parola sulle immagini, sugli schiaffoni, sui bambini che a quanto apprendo da alcuni giornali locali, non volevano più andare a scuola.

Anche la dirigenza dell’Ufficio scolastico di Brescia si affretta a dire che è un singolo caso, e che non si coinvolga l’intera categoria (di ennesimi intoccabili).

Un altro dato che rileva quanto poco conti i minore affidato ad una scuola, ad una maestra, si evince dal fatto che nelgi utlimi casi è sempre venuto fuori che c’erano precedenti di comportamento violento coni bambini a giustificare un trasferimento di sede.

Vorrei sapere inoltre, nei casi recenti per esempio quello di Anfo che ha portato all’arresto di Laura Papa, se lei e negli altri casi di maestre coinvolte poi torneranno ancora tra i banchi di scuola o ancora peggio in un asilo nido a far mangaire vomito ai piccoli e indifesi malcapitati. Mi chiedo la legge cosa prevede in questi casi.

Qualcuno sono sicurà dirà ceh sono melodrammatica. A questi dico: guardatevi le immagini…

Dicevo, il livello culturale generale è davvero disarmante. Si possono leggere anche questi commenti qui:
http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_marzo_20/maestra-2003753613049.shtml

 


Giocate!

Franco Bolelli
Giocate!

Mi ha molto colpito questo libercolo di una manciata di pagine. Mi ha colpito perchè è pieno di gioia ed è scritto da una mente libera, aperta, indipendente. Mi ha colpito la capacità di non farsi influenzare da assurdi stereotipi e per l’energia positiva che sa trasmettere. Ne riporto alcuni passi.

“Giocate!” è un appello, un incitamento motivazionale, un richiamo appassionato, uno slogan evolutivo. Qualcosa di scanzonato e gioioso, quanto assolutamente serio.
Quando dico “giocate!”, non sto affatto parlando di disimpeganta futilità, beata innocenza, spensierati passatempi. Niente hobby, niente castelli in aria, niente mondo svagatamente visto con occhiali rosa. Giocare non è una cosa che si fa nella stanza apposita e in un orario definito: giocare è un’attitudine verso la vita intera. Perchè se il gioco resta confinato dentro un perimetro illusorio e consolatorio al riparo dal mondo, allore è soltanto un gioco: ma se è un modello mentale e comportamentale, allora la nostra stessa forma di relazione con il mondo ne sarà rafforzata.

[…]
“Un bambino deve imparare che non è il centro del mondo”. Quando sento qualcuno che dice così non riesco a trattenere uno sguardo sprezzante, anzi proprio vorrei fargli male, molto male. Perchè se tuo figlio non si sente il centro del mondo, tu sei un genitore fallito. Perchè se non si sente il centro del mondo quando è piccolo, è probabile che da grande farà molto piu felici gli spacciatori di rassicurrazioni ideologiche, spirituali, sociali, psicanalitiche, che non le persone intorno al lui (quanti guai – .individuali e antropologici – scaturiscono da una labile autostima). E poi perchè se non lo metti al centro del mondo, qual bambino che l’hai fatto a fare?

[…]
Il tuo bambino deve sentire di essere sempre e comunque il centro del tuo mondo. Il tuo bambino deve sentire – a ogni gesto, a ogni respiro – che la sua vita è inestimabilmente importante. Qualunque altra considerazione viene dopo, molto dopo.

..Perchè se fin qui vi è passato per la mente che io stia proponendo di allevare bambini egotici, vuol dire che non mi sono spiegato. Contrariamente a tante discipline spirituali, filosofiche ed educative che predicano l’annullamento, la sublimazione, il soffocamento dell’ego, non trovo nulla di sbagliato nella sovrabbondanza del senso si sè.

[…]
Quando sostengo, anzi proclamo, che un bambino deve essere il centro del mondo, quello che voglio dire non è affatto di separarlo dalla realtà esterna, ma di nutrire la consapevolezza di sè e del mondo esterno.Nessuna contraddizione: credo che proprio chi è allenato a percepire con naturalezza se stesso come eccezione sarà alla fine più disposto a riconoscere anceh agli altri la loro personale eccezionalità.

[…]
Il motivo per cui credo che la politica non meriti tutta l’importanza che, soprattutto da queste parti, le viene attribuita è che noi facciamo politica nelle nostre scelte e nei gesti quotidiani, facciamo politica se inventiamo qualcosa e se suscitiamo energie intorno a noi, facciamo politica se nutriamo relazioni forti e – eccoci qui – se cresciamo bene i bambini. Si chiama politica evolutiva, politica vitale: questa sì che è dannatamente appassionante. Moltiplicate le ore del giorno per il numero di persone che spendono tempo ed energia nel non entusiasmante campionario della politica e avrete una vera e propria strage di potenziali risorse umane.

[…]
Se c’è una cosa che va trasmessa ai bambini è questa: il senso di responsabilità e il senso del gioco, insieme, mano nella mano.

[…]
Al rapporto con un mondo spesso spiacevole, un bambino lo prepari facendolo sentire giorno per giorno sempre più sicuro di se stesso. Perchè senza questa spinta motivazionale, i desideri e i sogni dei bambini invece di prendere slancio si ripiegano su se stessi, si riducono a tristissimi “vorrei ma non posso”. Per desiderare davvero ci vuole carattere, determinazione, una certa volontà di potenza. E ci vuole qualcuno – un padre e una madre – che il carattere lo alleni, lo ottimizzi, lo valorizzi.

[…]
Alla fine non si educa mai educando: si educa trasmettendo passione, eccitazione, voglia di migliorarsi. Si educa quando l’educazione è spinta dal vento di una forte energia motivazionale. Non si educa indossando i panni dell’educatore e costringendo un bambino in quelli dell’allievo: proprio come il miglior guerriero è quello che – attrezzato per la guerra – vince senza combattere, allo stesso modo il miglior educatore vince quando più si allontana dal suo ruolo, quanto meno ciò che insegna si pretende regola normativa, sapere sistematico cui un bambino dovrebbe adeguarsi.


Domani nella battaglia…

Era così grande
e bello,
da non essere vero.

Meglio sarebbe tenere bene aperti gli occhi
sull’effettivo, emancipandoli dal fascino della magia,
disarmando le sceneggiate.

Meglio forse tenersi la finzione
farle credere un’assoluta dedizione,
a costo della vita.

E domani nella battaglia pensa a me,
dispera e muori,
solo lì scoprirai Tu che
è stata tutta finzione.


Rumore di fondo.

Eccesso di esposizione. Un rumore assordante fatto di notifiche, di alert, di notizie flash, di recensioni pilotate, notizie abominevoli quelle continuamente, poi colpi di scena, politichese, crisi finanziaria, niente futuro, dobbiamo riprogarmmare tutto, tutte le nostre vite intendono dire.

E bip, tril, knoc knoc. La mia bramosia di nutrire le mie curiosità presta un fianco infallibile, il cavallo di troia del rumore, la mia necessità di essere soggiogata e affascinata dalla letteratura, dai libri, dai saggi, da cosa accade, a chi accade e le storie, le biografie. Poi c’è l’inserto imperdibile della domenica, c’è il romanzo da finire, rivedere la bozza per l’ennesima volta, e le poesie e trovare qualcuno che ne dia un giudizio e lavare i piatti mentre corro e rincorro quei piatti, come al circo, sulle aste verticali, giro, giro, corro perchè altrimenti perdono velocità e cadono e allora corro corro.

Ma arriva un altro bip e tralascio. Corro. Lettura veloce. Lettura veloce. Non mi resta niente. Va tutto perduto nel miraggio di risucchiare ciò che mi affama. Leggi, leggi, guarda là, non perderti quel fatto, trova il tempo di leggere questo, mettilo nei preferiti, archivia la mail per leggerla poi tanto si sincronizza tutto quanto, non c’è tempo.

Affanniamo il tempo stesso cercando di guarire dalla malattia che ce lo fa subire, di guardire dall’eccesso di ricevibilità di ogni cosa e questo ogni cosa è niente altro che fuffa gonfiata ad arte, di speudo politica, di speudo cultura. Poi altre notifiche, i social network e il mio network biologico che sopravvive, fortunatamente, mi insulta e mi fa venire il mal di testa.

Ridammi il tempo dell’ozio, vita, fosse anche una resa incondizionata. Come ieri, a raccogliere margherite, seduta nel campo.


Fake sorprendenti.