Archivi del mese: giugno 2012

Possesso

…e allora scrivo. Finisco l’ennesima revisione della bozza del romanzo e la lascio nel cassetto. Termino alcuni racconti che mi è stato chiesto di scrivere e mi dispiace che vengano divulgati, in qualsiasi modo. E’ come se ciò che scrivo, compongo, dentro di me sia percepito come una proprietà assoluta connotata da un senso del possesso altrettanto stretto.

E’ come se associassi alla diffisione di qualcosa che ho scritto, e che trovo ben riuscito, ad una sorta di metamorfosi: la lettura “esterna” che rovina il risultato, che cambia il contenuto, che gli toglie qualcosa.

E’ il trapasso che mi risulta difficile reggere. Trapasso? perchè ho usato quesat parola?

Potrebbe essere solo una questione di timore del distacco da qualcosa cui tengo?

Sono proprio una donna impossibile.

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Non dire nulla.

Non dire mai nulla.
E’ la regola aurea del buon vivere.

Non dire nulla. Non dire mai nulla a nessuno.
Non dire, mai nulla. Non dire mai nulla.
Poi non dire mai nulla, mai nulla, mai.

Mai e poi mai.
Non dire mai nulla. Non dire mai nulla, ma nemmeno con gli occhi.
Nulla.  Mai.
Non dire, nulla. Ma non dire mai nulla.

Che tutto quello che dirai, prima o poi, sarà usato contro di te.


La tua vita …

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… Voglio conquistarmi con lo spavento. C.B.


Violetta

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L’ha scritto oggi! Ha già imparato a scrivere il suo nome.


Ah che sarà …

…Ah che sarà che sarà che vive nell’idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai e dai delle meretrici
nel pianto derelitto dei bambini

ah che sarà che sarà
quel che non ha decenza ne mai ce l’avrà
quel che non ha censura ne mai ce l’avrà
quel che non ha ragione.

(Oh che sarà I. Fossati)


Scrivere: un posto …

La scrittura non è un movimento della mano. Non si risolve nelle dita che battono frenetiche no?. Non è sovrapponibile ai tecnicismi dei corsi di scrittura creativa. La scrittura è un posto libertario. Un’oasi. Un mondo a parte dove ci si risolve a patto di non essere avari di sé. Non ci si deve risparmiare. Nascondere, dissimulare, svelare “quasi” tutto: no, non si può.

Ti porti il lettore per pagine e pagine, gli racconti qualcosa per poi abbandonarlo un attimo prima, un metro prima, una manciata di righe prima di arrivare fino in fondo? perchè vuoi nasconderti? non vuoi osare? perchè pensi magari che ciò che non è facilmente condivisibile non sia adatto?
Ecco, questa è una sensazione che si percepisce da lettore. Lo senti che si, magari è un bel romanzo, un bel racconto, una bella poesia, ma manca qualcosa. C’è uno scarto che lascia smarriti, irrisolti.  Come camminare con un sassolino nella scarpa.

Amaro caglio rinsecchito da ripari banali di standardizzazioni convulse. Lo standard. Potrei scrivere un romanzo sullo standard (ma finirebbe con l’essere l’ennesimo incompiuto nel cassetto). Un virus che si è diffuso così tenacemente da essere accettato come un elemento necessario e fisiologico. Per esempio la sofferenza si deve mostrare e scrivere inzuppata nel dramma muovendola senza precipizi, senza disperazione. Magari senza molta instrospezione eh, che scoccia. La gente si scoccia. Scrivi poesie meravigliose, ma sono spesso tristi, mi ha detto, e non si possono leggere cose tristi sai? Ma la sofferenza è poesia.

C’è ancora posto per la poesia? C’è ancora posto poi per l’osceno? no, abbiamo standardizzato comodamente anche l’osceno (così come la sua accezione) perchè l’isterica diffusione di tutto –  ma ben appiattito – da la sensazione che niente ci sia più da scoprire.

Il posto dove il nuovo vive, dove l’emozione, la vertigine, il fervore del vivido c’è sempre, esiste. E’ quel mondo a parte che batti con le dita, che crei o ricrei, che accoglie generoso il tutto, tu e gli altri.  Fermarsi un pezzettino prima è da stronzi no? Come un amante che si lesina, che risparmia di conoscere i tuoi millimetri e percorsi per usarne abilmente, muovendosi su un livello sterile, senza pretendere tutto, ne senza donare ogni cellula, ogni anfratto cerebrale d’istinto.

C’e sempre posto per ogni cosa, in quel posto libertario. Quel prato verde sterminato dove corri, corri, corri.

Desiderio

Sono fuggiti
come cavalli selvaggi,
saltando il recinto
i miei desideri.

Da quel tuo sguardo
in poi
galoppano
a perdifiato,
divorando senza pietà per la carne,
come ciliegie mature
che spolpano in bocca
dipingendosi di porpora le labbra.

Correndo,
correndo
correndo.