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2) L’Ernesto e l’ufficio probito.

Noi tre impiegate l’avevamo notato da tempo. Soprattutto io, che ero quella che curava l’agenda dei suoi impegni. Il martedì a mezzogiorno lui spariva. Dove andava l’Ernesto? Nessuno di noi lo sapeva. A dire la verità non me ne facevo un tarlo. Il mio tarlo era lui. Tutto intero. Dove andasse il martedì a mezzogiorno era solo un dettaglio che non suscitava la mia cuiosità in modo particolare. Almeno per il momento.

Era una settimana allucinante,  con una serie infinita di grane da risolvere. Una causa molto impegnativa lo assillava essendo in una delle sue fasi cruciali. Il tenore di stress era alle stelle. Si trattava di un brevetto internazionale. Due grandi aziende coinvolte, una delle quali si era messa nelle mani dell’Ernesto, che era bravo e così ammanicato da andare a cena dal sostituto procuratore. Questo aveva sussurrato all’orecchio della moglie il cliente, mentre era in attesa nel comodo salottino dell’ufficio, quando erano venuti in pellegrinaggio dell’Ernesto mesi prima. Ormai, dopo mesi e mesi in quell’ufficio, sapevo bene come si comportava l’Ernesto quando era sotto pressione. Ogni volta che sfogava la sua irritabilità incontenibile, soprattutto su di noi, la violenza dell’accesso saliva un po. Temevo che stencasse d’un tratto. Se gli fosse venuto l’infarto cosa diavolo avrei fatto io?

Si lasciava andare a lanci di fascicoli e spezzava le matite in due. Non mancavano gli insulti a noi altre. Poi spariva di corsa, nel suo ufficio, dopo di che era silenzio da tagliare con il coltello. Sembrava la famosa quiete dopo la tempesta. Durava ore. Non rispondeva nemmeno al telefono e nessuno di noi osava disturbarlo.

Più volte percorrevo quel corridoio, che in fondo cambiava direzione costringendo ad una brusca curva di novanta gradi, per andare a sentire se ci fosse qualcosa a romprere quel silenzio. L’immenso ufficio dell’Ernesto era l’ultimo, dopo un corridoio interminabile fitto di porte, proprio dietro quell’angolo. Forse leggeva, o ascoltava musica con le cuffie? Non lo avrei mai saputo, se per caso non mi fossi resa conto dell’importanza della planimetria di quell’edificio e di quell’architettura affezionata ai cortili interni di pianta quadrangolare.
Fu un gioco da ragazzi scoprire che dall’ultimo ufficio lungo il corrodio, quello d’angolo,  si godeva di una vista eccezionale dell’Ernesto alla sua scrivania. Andai a prendere un caffè da una ragazza che faceva la praticante proprio nel grande studio sotto di noi. Appurai che assolutamente si, da quell’ufficio mi sarei potuta godere lo spettacolo.  Lui probabilmente credeva, nella sua caricatura d’ego, di aver risolto il delicato problema della privacy. Aveva chiuso a chiave quell’ufficetto anni prima e da allora nessuno aveva più visto le chiavi, mi avevano spiegato. A loro non risultava che ne facesse alcun uso. Il fatto è che io mi trattenevo spesso ben oltre il mio orario. Stavo silenziosa davanti al compiuter. Ascoltavo. Cercavo di capire cosa stesse facendo l’Ernesto. Raccoglievo elementi. Era stato in una di quelle occasioni in cui lui non credeva ci fosse ancora qulacuno, che sentii distintamente lo scatto di una serratura, una, due, tre volte, quindi l’aprirsi di una porta. Era successo più volte e ora potevo giurare che fosse la porta di quell’ufficio proibito.

Va da se che per me era un tarlo così pregnante e irresistibile da non lasciarmi pensare ad altro se non a trovare quelle chiavi. In ufficio c’era una cassetta porta chiavi appesa dentro ad un armadietto antico. Una piccola alzatina su uno scrittoio che l’Ernesto aveva in un angolo del suo ufficio. Lì c’erano le chiavi di tutti gli uffici, di tutti i bagni, della cantina, dell’ascensore che portava anche alla terrazza condominiale all’ultimo piano, sopra le nostre teste. Poi c’erano le chiavi degli armadi dell’archivio, un grande stanzone. Era la prima porta proprio all’inizio del lungo corridoio. Ma la cassetta aveva a sua volta una serratura e le chiavi le aveva solo lui. Quando arrivavamo al mattino chiamava una di noi, ormai quasi esclusivamente me, e mi porgeva le chiavi che servivano. Era lì dentro anche la chiave di quell’ufficio proibito?

Qualcosa vi nascondeva. Sicuramente. In fondo, dopo mesi e mesi lì dentro, non avevo niente di interessante in mano. Qualche cosa si, certo. Occasioni in cui non è che avesse brillato per deontologia professionale, ma nulla di quello che cercavo. Il mio naso però mi diceva che c’era di che saziarmi. Per il solo gusto di farlo, per giunta. Non volevo niente in cambio, non volevo incastrarlo, come non avevo intenzione di fare il segugio per mandargli a puttane la carriera sputtanandolo su qualche giornaletto locale. No, nulla di tutto ciò.

Era la scuola di mio padre: si aspettano che tu faccia qualcosa alla luce del giorno per combattere il malaffare e l’ingiustizia, ma niente è più saporito di incastrare certi palloni gonfiati, senza spettacolo, senza polemiche, gratuitamente. Per il solo piacere di farlo. Mio padre diceva sempre che è necessario essere al di sopra di ogni sospetto. Come l’ispettore colombo. Apparire un tantino imbranati. Fingere, dissimulare, apparire poco inclini alla curiosità. Soprattutto non smascherare mai noi stessi con uscite volte a sottolineare che no, non siamo mica scemi. Allo stesso modo è necessario astenersi, quando qualcuno vuole farti fesso, dal rendergli evidente che non te la sei bevuta. Mai.

Lasciar credere a chi ti sta di fronte e che ti sta prendendo per il culo, che ci riesce benissimo. Questa è una soddisfazione per palati sopraffini. Come ci si riesce? Basta pensare alla faccia scioccata dello sbruffone di turno nel momento in cui incassa il colpo del lungo piano che gli è stato intessuto ad hoc. Questo mi mandava avanti alla grande ogni volta che osservavo l’incedere borioso dell’Ernesto. Certo, questa volta la cosa avrebbe preso una piega inaspettata e una soddisfazione conseguente incommensurabile.

Verso le cinque l’Ernesto uscì dalla sua tana, ormai sbollito, e si presentò davanti alla mia scrivania.
“Domani mattina viene il singor Barti, si occuperà delle pulizie. Sarà qui per le nove, ma io probabilmente ritarderò. Dica di aspettarmi”
“Non ci sono già due donne che vengono ogni venerdì a pulire tutto?”
“si, certo, ma non verranno più, se ne torneranno presto nel loro paese d’origine finalmente”.

Che simpatico. Girò i tacchi e se ne andò. Tanto valeva che me ne andassi anche io. Fu in quel momento che mi resi conto che proprio le donne delle pulizie avevano sicuramente le chiavi di quella cassettina. Oppure c’era un altro mazzo con tutte le chiavi?  In ogni caso, non poteva mica venire lui ogni venerdì sera alle otto ad aprire loro gli uffici, vero?

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1) L’Ernesto.

Guardai il suo altezzoso portamento. Era di spalle, la valigetta nella mano destra, la caduta perfetta dei calzoni eleganti, le scapre lucide. Aveva cinquantacinque anni, canuto pinguino benestante, sporcaccione, con il vizio del pettegolezzo. Come al solito era entrato e senza salutare nessuno si era diretto nel suo grande studio. La soddisfazione mia era immensa. Darla a bere ad un cameriere al ristorante è una cosa, ma servire uno scherzetto ad un avvocatucolo politicante azzeccagarbugli è cosa diversa. Decisamente, quanto grandemente goduriosa. Diciamo che in quel periodo non vivevo d’altro.

I professionisti di ogni risma, che pellegrinavano alla sua scrivania pomposa da provincialotto ottuso, lo chiamavano l’Ernesto. Noi impiegatucole, Avvocato. La A maiuscola la dovevi far sentire bene, altrimenti chi li vedeva gli straordinari in busta paga?
Era sposato con una matrona grassoccia, tutta centro estetico e abluzioni mattutine nel profumo. Andava e veniva altrettanto altezzosa con la sua faccia da mascherone color testa di moro, anche a dicembre.

L’Ernesto aveva un’idea tutta sua delle impiegate. E non te lo mandava a dire. Ogni mese, al 27, era il momento in cui dava letteralmente fuori di matto. Non si spiegava proprio il motivo per cui dovesse pagarci tanto. Per cosa poi? si domandava ad alta voce. In fin dei conti, non fate altro che confabulare e rispondere al telefono tutto il giorno. Era offensivo. Nessuno gli diceva niente. Pazientavamo. Era così quando sono arrivata, e probabilmente lo sarebbe stato anche in seguito.  Altro discorso invece erano le praticanti giovani e carine che bazzicavano il suo grande studio. Loro si che erano brave, questo diceva. Peccato che il loro lavoro lo facessimo noi, a sua insaputa per giunta. Nessuna di loro stava a sentire i suoi prezioni insegnamenti: arrivavano da noi con la cartellina rossa, perchè ogni causa aveva una cartellina rigorosamente rossa, la consegnavano a noi e buonanotte. A nessuna di noi andava di fare il lavoro di quelle sbruffoncelle, ma nemmeno ci sfiorava l’idea di rinunciare a fare fesso l’Ernesto.

Quello che pensai il primo giorno di lavoro, davanti a quell’andazzo, era che lo trovavo una via di mezzo tra il teatro dell’assurdo e un film dell’orrore. Mio padre non la vedeva così. La sera stessa del primo giorno di lavoro gli raccontai del delizioso ambiente e del fatto che non intendevo tornarci più. Lui però sentenziò: mai rifiutare un lavoro dal quale si avranno insegnamenti di vita così improtanti. E magari la soddisfazione di metterlo nel sacco un tipo così. Aveva aggiunto: io fossi in te lo troverei divertente e istruttivo.

Aveva ragione.