Archivi del mese: novembre 2012

Venuto al mondo… bis

Questa donna scrive con la pancia, senza pudore, senza tergiversare. Scrive solo ciò che sente, senza occuparsi di tutto il resto. Non da quasi l’impressione di aver scritto una “storia”, bensì che scriva ciò che esce dilaniato dalla pancia della protagonista del romanzo. Solo quello.

Forse è poco bilanciato, equilibrato, qualche volta le scappa l’eccesso che non ci sta dentro proprio, l’eccesso che sbava verso il melodramma da serial tv. Per tutto il resto è una ferita aperta raccontata con il coltello tra i denti.

ps: il segnalibro era (quasi) involontario.

Annunci

Primo incontro, Ugo Quaini

 


Insieme

image

È sempre nella mia pancia. Mi sta accanto ma è sempre dentro. Dura una vita quella sensazione.


Rassegnazione

 

(Da Canto della caduta, M. Parente)


Venuto al mondo.

image

M. Mazzantini .


Confutazione del diritto al lavoro.

Il diritto alla pigrizia
Confutazione del diritto al lavoro del 1848.
di Paul Lafargue.
Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Invece di reagire controquesta aberrazione mentale i preti, gli economisti, i moralisti,hanno sacro-santificato il lavoro. Uomini ciechi e ottusi, hanno voluto essere più saggi del loro Dio, uomini deboli e spregevoli hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva maledetto. Io che non mi proclamo cristiano, economo e morale, rimetto il loro giudizio a quello del loro Dio, le prediche della loro morale religiosa, economica, di liberi pensatori, le rimetto alle conseguenze spaventose del lavoro nella società capitalista

.Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica
[….]
Se le crisi industriali seguono i periodi di superlavoro così fatalmente come la notte il giorno, trascinandosi dietro la disoccupazione forzata e la miseria senza via d’uscita, portano anche alla bancarotta inesorabile. Finché il produttore ha del credito allenta le briglie al furore del lavoro, si indebita e si indebita per fornire la materia prima agli operai. Fa produrre,senza riflettere che il mercato va incontro a saturazione e che, se le sue merci non arrivano alla vendita, le sue cambiali arriveranno alla scadenza. Costretto va ad implorare l’ebreo, sigetta ai suoi piedi, gli offre il suo sangue, il suo onore: “Un poco d’oro farebbe meglio il mio affare”. Risponde ilRothschild: “Voi avete 20.000 paia di calze in magazzino, valgono venti soldi, io le prendo a quattro soldi”.
[….]
Per essere alleviata nel suo lavoro penoso, la borghesia ha sottratto alla classe operaia una massa di uomini molto superiore a quella che restava dedicata alla produzione utile el’ha condannata a sua volta alla improduttività ed al sovraconsumo. Ma questo branco di bocche inutili, nonostante la voracità insaziabile, non basta a consumare tutte le merci che gli operai, abbrutiti dal dogma del lavoro, producono come maniaci senza volerle consumare e senza pensare se sitroverà gente per consumarle. In presenza di questa doppia follia dei lavoratori diuccidersi di superlavoro e di vegetare nell’astinenza, il grande problema della produzione capitalista non è più trovare dei produttori e decuplicare le proprie forze ma scoprire consumatori, stuzzicare il loro appetiti e creare in loro bisogni fittizi. Poiché gli operai europei, tremanti di freddo e di fame,rifiutano di portare le stoffe che tessono, di bere i vini che vendemmiano, i poveri fabbricanti devono scapicollarsi fino agli antipodi per cercare chi porterà le stoffe e chi berrà i vini:sono centinaia di milioni e di miliardi le merci che l’Europa esporta tutti gli anni ai quattro angoli del mondo a popolazioni che non sanno che farsene.

[….]
Questo lavoro che nel giugno del 1848 gli operai reclamavano armi alla mano, lo hanno imposto alle loro famiglie: hanno consegnato ai baroni dell’industria le lorodonne e i loro figli. Con le loro proprie mani hanno demolito ilfocolare domestico, con le loro proprie mani hannoprosciugato il latte delle loro donne; le infelici incinte edallattando i loro bambini, sono dovute andare nelle miniere enelle manifatture a piegarsi la schiena e spossare i loro nervi.Con le loro proprie mani hanno spezzato la vita e il vigore dei loro figli. Vergogna proletari! Dove sono le comari di cui parlavano i nostri  fabliaux e i nostri vecchi racconti, audaci nelle proposte, schiette nel parlare, amanti della divina bottiglia?

Dove sono queste buontempone: sempre a trottare,sempre a cucinare, sempre a cantare, sempre a seminare la vita e generare gioia, partorendo senza dolore dei piccoli sanie vigorosi? Oggi abbiamo le ragazze e le donne della fabbrica ,gracili fiori dai colori pallidi, dal sangue senza vivo splendore,dallo stomaco rovinato, dalle membra languide! Esse nonhanno mai conosciuto il piacere intenso e non possonoraccontarci allegramente come ruppero il loro guscio! – E ibambini? Dodici ore di lavoro ai bambini.

Oh miseria!


Dentro

 


Presente è il tempo.

Mi affretto stamattina, come sempre, ma un pensiero mi sorprende appena salita in auto.
Il tempo non esiste, esiste solo nella nostra percezione convenzionale.
Sono io che lo rallento o lo faccio correre svelto a seconda delle aspettative del presente. Il desiderio lo spinge senza ansietà verso un momento futuro altrove, mi lascia guardare in prospettiva senza affanni. Le aspettative rancide lo capovolgono, si mette a testa in giù, guarda indietro. Non è nella sua natura e non si trova bene in quella posizione, quindi diventa circospetto, centrifugo, per poi collassare nel non senso.

Il tempo non è un meccanismo versatile. Come le aspettative.

L’auto in ombra è sovrastata dalla luce del sole che ci passa sopra andando ad accendere i colori degli alberi della strada che sale in paese. Sotto in ombra, mi godo lo spettacolo. Respiro il paesaggio delle foglie cangianti che sono un po’ ovunque. I colori rispolverano il ritmo ideale del tempo che ricomincia a girare nella mia testa, costante.

Perchè il tempo è solo nel presente.

Il resto fa parte dell’ottica umana del dover raggiungere qualcosa o di accettare di averlo mancato.

Per questo l’impulso che diamo al tempo non deve essere eccessivo, ma accondiscendente. Un po’ lavativo, come una carezza ad un gatto. Senza aspettative, senza anelare, senza pensare ad un punto risolutivo.

Il tempo non porta soluzioni, le soluzioni le ha in sé, proprio nel suo snodarsi inesorabile.

E un astronomo disse:
Maestro, parlaci del Tempo.

E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni.
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e guardarlo fluire.

Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto
Entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere,
E non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore ad atto d’amore?
E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa.

Kahlil Gibran